Batcave
“Come fiumi. Fiumi di movimenti intorno a me. Prepotenti. Mi prendono a spallate. Fiumi di intenzioni, di guizzi di muscoli, di propensioni. Perché io non riesco a muovermi? E perché alcuni di questi corpi mi passano attraverso, impigliandosi alle mie costole?”
Così è come mi sentivo, prima di imparare a catturare ogni goccia per sentirmi vivo. Se tutto mi assale, mi avvolge, mi adombra, io ho solo un modo per respirare: scattare – io – e fermare.
Se tutte le case che ho abitato potessero descrivermi, direbbero: “Era così pacato”. E sai cosa significherebbe? Che non mi hanno mai conosciuto.
Sul fondo dei miei cuscini, sotto le suole di tutte le mie scarpe, sul retro del mio armadio, tra la polvere che addormenta i dischi, ho sparpagliato la mia voce, perché so creare solo in silenzio. Per comprendere la tua durezza ho combattuto con la mia pazienza, che continuava a chiedermi: “Che cos’hai?”. Non lo sanno neanche i muri.
Ci sono giorni in cui mi sembra di parlare una lingua che nessuno ha ancora mai decifrato. Dalla mia bocca le parole escono chiare, esatte, del giusto volume. Eppure arrivano agli altri come il suono di un temporale.
Ci penso mentre preparo la cena, scelgo una playlist, metto l’acqua a bollire. E nel vapore che sale, nelle piccole goccioline lievi, che non saranno mai temporale, leggo finalmente la mia traduzione.
Oggi mi faccio un regalo. Perché il treno è arrivato in ritardo, perché il lavoro mi ha tenuto a digiuno, perché tu non mi senti.
E allora sai cosa faccio? Compro un libro pesantissimo, due quintali di libro sulle rocce, che non reggerò mai. Lo impilo all’angolo della porta, insieme ad altre centinaia di libri. Così che tu possa trovarla sempre aperta, e finalmente sentirmi.
La penombra è la mia dimensione. La mia corazza da un lato brilla, dall’altro sparisce. I miei cassetti da un lato nascondono e dall’altro svelano. Le pareti da un lato crollano, dall’altro proteggono.
Solo il mio viso è sempre troppo chiaro. Essere sinceri è una luce esatta che esalta tutti i difetti, ma fa brillare profondamente gli occhi.
Ho ritrovato lo scontrino di un bar che non esiste più. Eppure sento ancora quel profumo, la tazzina che bacia la tua bocca, il tocco rapido delle tue dita su un ciuffetto di capelli neri.
“Perché non metti un po’ di ordine, perché non butti un po’ di cose?”
Perché le storie si aggrappano agli oggetti, per non farsi trascinare via dallo tsunami degli eventi. Ed io le salvo tutte, una ad una. Quando la vita inizia a tremare, prendo in mano uno scontrino, che ricambia il favore e mi sa salvare.
Tutte le parole sono di Luciana Manco
Tutte le fotografie sono di Antonio Viscido
Ultima didascalia: da “1784” (Benvegnù – Manco)
Grazie a Davide per aver premuto il pulsante.
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